Nata il 25 febbraio 1973 a Potenza dove vive attualmente.
Ha conseguito la laurea in Scienze Geologiche presso l’Università “Federico II” di Napoli e, successivamente il titolo di Dottore di Ricerca in “Scienze della Terra e della Vita”.
Sue foto sono state esposte in mostre personali (2006, “Aria, Acqua, Terra, Fuoco”, Roma; 2004, “Aria, Acqua, Terra, Fuoco”, Potenza; 2002 “Il fuoco dei vulcani”, Potenza) e collettive (2007, “Memoriart 210107”, Potenza; 2006 “Confluenze 2”, Tramutola (Pz); 2006, “13X17”, varie sedi). Sul suo lavoro hanno scritto Francesco Jodice e Claudio Trionfera.
Ha seguito diversi corsi di fotografia (M. Jodice, De Benedittis) e workshop teorico-pratici con fotografi italiani (Pistolesi, Basilico, Biasucci, Zizola, Scianna) e stranieri (Meyerson- c/o il TPW, Koch).
Nel 2005 è stata pubblicata sulla Rivista Mondo Epson la sua foto vincitrice del concorso “Obiettivo colore Epson”.
Ha vinto alcuni concorsi fotografici (2005, “Obiettivo colore Epson”; 2004, Concorso Fotografico Nazionale “A. R. Ciriello”).
Nel 2000 è stata la fotografa ufficiale per la “Giornata Italiana dei Castelli: Storia e Magia nei castelli della Basilicata” organizzata dall’Istituto Italiano dei Castelli ONLUS della Basilicata.



 

Maria Grazia Faranda

Aria, acqua, terra, fuoco.

testo critico di Claudio Trionfera

Il mondo fotografico di Maria Grazia Faranda vive su una linea di confine. Una discriminante fra la realtà e la sua reinterpretazione prima ancora che fra la realtà e la fantasia. Quest’ultima viene, come dire, “applicata”. In sostanza la fotografia è esaltata nella sua essenza e la sua natura più vere, legate all’atto di fissare l’oggetto/soggetto in un dato momento della sua vita e della sua storia (“quel” momento, non altri), dunque nella sua unicità e nella sua estrema oggettività. Un momento, meno di un attimo, che resta incredibilmente sospeso tra passato e futuro, quasi condannato ad un eterno presente, incapace di muoversi un una direzione o in un’altra.

Realismo estremo della fotografia? Non proprio. Basta modificare posizioni, angolazioni, perfino orari, obiettivi e modi di stampa per trarre significati diversi dallo stesso oggetto/soggetto. Insomma niente di più oscillante, polivalente e mobile: sulla linea di confine, appunto, che questa giovane, sorprendente fotografa ha saputo bene individuare e tracciare seguendo un’ispirazione originale e, ad un tempo, basata su solidi principi plastici, pittorici, geometrici. Disteso, tutto questo, su un’opera intitolata ai Quattro Elementi che potremmo anche variare nelle Tre Dimensioni: senza peraltro fermarci, nella sua interpretazione, alla formula descrittiva di “punto d’arrivo”. Perché Faranda va oltre e, quasi sfrontatamente, con il suo stile, lancia l’invito a scoprire in ciò che vede, in ciò che ha “visto”, un quinto elemento, una quarta dimensione. Realtà fantasmatiche, nate dall’apparenza e dall’emozione, dalla sensibilità e dal sogno. Un’arte visionaria che nasce dal realismo e, in senso poetico, “naufraga” nell’immaginario.

Se si pensa a referenti cinematografici, si pensa al genio di Peter Grenaway o alle magie di Franco Piavoli, tra invenzione, documento, racconto della vita. Le fotografie di Maria Grazia, a loro modo, raccontano delle “storie” documentando la vita, la natura, la gente. Foto “viventi”, appunto dove prendono spessore nuove emozioni, nuovi riflessi e nuovi colori.


 



Sony center (Berlino, 2001)


Rosone (Toscana, 2004)


Riflessi (Basilicata, 2005)


Luna (Toscana, 2004)


Bosco (Basilicata, 2002)


Frane (Etna, 2002)