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Wo Bist Du?
Heinrich Gresbeck
21 Febbraio – 19 Marzo 2004 – Wo Bist Do?
a cura di Fabiola Naldi
Amnesiac Arts, associazione culturale no profit, nata a Potenza con l’intento
di diventare circuito di amplificazione sensoriale attraverso la diffusione
e promozione dell’arte contemporanea è lieta di annunciare
l’apertura del suo Spazio Espositivo AMNESIAC ARTS “HOME GALLERY”
sito in Corso XXVIII Agosto n. 36 a POTENZA con una mostra personale di
Heinrich Gresbeck
Questo Spazio Espositivo e d’Incontro nasce con
l’idea di far crescere e diffondere un sano entusiasmo per l'arte
contemporanea, attraverso la creazione di eventi, presentazioni di nuovi
elaborati artistici, dibattiti, workshops e più in generale di
visioni, al fine di diventare territorio dell’anima e catalizzatore
delle attenzioni artistiche cittadine, regionali e non solo .
L’ESCLUSIONE DEL SUPERFLUO di Fabiola Naldi
Tutto ciò che vediamo è diventato facilmente
raggiungibile grazie alla massiccia profusione di informazione visiva
che l’attuale cultura mass mediale ha introdotto nella nostra quotidianità.
Non occorre più desiderare, bramare qualcosa o qualcuno; oggi occorre
solo essere al corrente delle nuove possibilità metalinguistiche
interne ai mezzi tecnologici, e subito l’irraggiungibile diventa
facilmente ottenibile. Ma se in realtà il nostro principale desiderio
fosse quello di non vedere più? Cosa succederebbe se la domanda
tanto oscurata dalla persuasione consumistica semplicemente non esistesse,
e se il troppo vedere altro non fosse altro che la nostra “pillola
di felicità” pronta a quietare la nostra umana insoddisfazione?
E’ finito il tempo della pura scoperta, è finito il desiderio
di ricostruire il mondo, si è amaramente conclusa l’utopia
dell’”immaginazione al potere”, che cosa altro rimane
se non la volontà di ricomporre i frammenti della nostra esperienza
sensibile quotidiana? Il canadese Marshall McLuhan, profeta della cultura
materiale odierna, ha teorizzato, all’interno dell’età
elettronica, un’era della “comunicazione istantanea”
tramite la quale far confluire i vari media intesi come “sensori”
e “modulatori” dei cambiamenti sociali, economici e politici
tuttora esistenti. La cultura elettronica conduce a un’attitudine
creativa, operativa e sinestetica modulata dall’istantaneità,
dalla velocità e dalla progressiva perdita di identità.
Sempre McLuhan suggerisce che i mezzi materiali con i quali interagiamo
sono così potenti e persuasivi da plasmarci al punto di essere
impressi nella nostra “coscienza collettiva” come delle categorie
aprioristiche pronte a rimodellare l’intera nostra esperienza sensibile.
Ma all’ordine dei fatti attuali che cosa rimane di tutte le immagini
che abbiamo amato, odiato, collezionato, fotografato, registrato? Resta,
forse, la nostra memoria pronta a “organizzare” un solo raccoglitore
virtuale in cui sono inseriti i nostri amori, i nostri fallimenti, i nostri
viaggi, le nostre esperienze quotidiane. Un unico grande film intervallato
da micro eventi e piccoli aneddoti comuni a molti. Così come l’arte
negli ultimi decenni si è progressivamente autoprivata di qualsiasi
codice e si è mischiata con la vita, così la nostra precaria
bramosia di assaporare un istante, mancato per distrazione o momentaneo
disinteresse, è divenuta il potere medianico di tutto ciò
che oscilla e che sta sul bordo di una frontiera illimitata.
Heinrich Gresbeck si presta a essere considerato come un’estensione
concreta di una memoria personale inglobata e alimentata da un immaginario
collettivo, e le sue produzioni video si trasformano in un collegamento
diverso con il mondo esterno. L’atteggiamento diffuso dell’eliminazione
o dell’esclusione “antropologica” della nostra società
cannibale si innesta perfettamente anche nell’attitudine artistica
di questo artista. Heinrich Gresbeck sceglie di “vedere” ciò
che oramai non si guarda più con la stessa attenzione, e con l’aiuto
delle più sofisticate tecnologie opera su di una materia preesistente
per modificarla e ripresentarla scarnificata, rimodellata e privata dell’iniziale
codice interpretativo. Il procedimento tecnico applicato a un insieme
di immagini selezionate a priori dall’artista si sviluppa su di
un preciso meccanismo di cancellazione, occultamento e sottolineatura
di alcuni frammenti iconografici trasmessi via video. L’operazione
effettuata da Gresbeck consiste nell’occultare una porzione dell’immagine
(scandito da singoli frame composti da 25 fotogrammi al secondo ciascuno)
che, nelle mani di questo chirurgo visivo, si comporta come una singola
statica fotografia.
Non esiste la possibilità di automatizzare il procedimento: tutto
resta manuale, dalla scelta del prodotto iniziale (nel caso del video
SERAPHIM, l’immagine dello skin head Edward Norton è desunta
dalla pellicola americana “American History X” di Tony Kaye),
al processo tecnico privo di metodo o filtri, fino alla ricomposizione
video ornata di sonori estranianti e inquietanti. In "L'arte come
artificio” ("I Formalisti Russi” a cura di T.Todorov,
Einaudi, 1968) Sklovskij parla di “ostranenie” ovvero una
"accentuazione di un elemento del testo allo scopo di suscitarne
la percezione non secondo le solite associazioni, ma come qualcosa di
insolito mai incontrato prima". L’insolita ricezione di una
nuova forma visiva priva di riferimenti è amplificata dall’audio
dei due video utilizzato non come semplice sottofondo musicale ma come
precisa valenza concettuale inscindibile dal prodotto finale. La scelta
di una ouverture ripetitiva, ossessionante, ritmica e ipnotica degli Einstürzende
Neubauten (dall’album “Tabula Rasa”) per SERAPHIM funziona
come atto disturbatorio aggiunto, scelto come intenzionale violazione
di un ordine precostituito volto ad ottenere un effetto alienante. Per
il video WO BIST DU? l’immagine iniziale (un bambino che chiede
l’elemosina sul bordo di una qualsiasi strada metropolitana) è
tratta da un promotional video “the Host of Seraphim” del
1993 del gruppo musicale Dead can Dance mai uscito sul mercato e i rumori
che lo accompagnano sono stati registrati a New York dallo stesso artista
nel 1998. nel video “Memoria di una testa tagliata” Gresbeck
recupera l’esclusione privata recuperando un singolo momento di
vita comune per, deliberatamente, evidenziarne gli aspetti meno evidenti.
L’esclusione negativa operata dai pressanti obblighi sociali, in
questo caso trascende ogni violenta conseguenza, capovolgendo il senso
iniziale. Cadono gli orpelli del linguaggio, le didascalie informative
e il troppo parlato per lasciare il posto all’impatto visivo del
prodotto che viene isolato, liberato dal contesto ed evidenziato dall’intromissione
della cancellazione. Il prodotto è un’insieme di immagini
definite, fredde e imperative interpretate come il prolungamento o l’ampliamento
di un importante funzione dell’IO distintivo di partenza, stimolato
dal bombardamento visivo operato dai media. Heinrich Gresbeck opera non
solo sulla singola immagine preconfezionata e finalizzata a una funzione
visiva precisa (il film d’epoca, la pellicola cult, il video amatoriale)
ma molto più profondamente su ciò che Pierre Lévy
chiama l’intelligenza collettiva, ovvero il prodotto del sapere
comune nell’istante in cui la memoria individuale è messa
a disposizione della società attraverso l’interazione. Lo
scambio interculturale oramai assimilato, che le nuove tecnologie consentono
di mettere in atto, si è trasformato in inventiva estetica multidimensionale
e multisensuale. La rimaterializzazione della singola immagine si plasma
vorticosamente davanti agli occhi del fruitore che, stimolato dalla persuasione
visiva e sonora indotta dal prodotto artistico, si “connette”
all’immaginario comune da cui si sono prelevate le singole osservazioni.
Davanti alla “certezza” della visione si innesca a sua volta
una interazione aggiunta, una meta comunicazione fra i singoli partecipanti
che produce un’ulteriore tipologia di esperienza. Derrick De Kerckhove
parla di intelligenza connettiva che non solo nasce dalla prima teorizzata
da Lévy ma ne è la costola ed è, a sua volta, contenuta
in essa. L'intelligenza connettiva, come la intende De Kerckhove, è
“la pratica della moltiplicazione delle intelligenze le une in rapporto
alle altre all'interno del tempo reale di un'esperienza”. Se una
è la teoria, l'altra è la pratica, e la sua applicazione
va di pari passo con la realizzazione di un qualcosa. Il risultato finale
è l’immagine finita dell’artista, ma infinita nelle
possibili riproduzioni virtuali proprie del singolo osservatore che le
rielabora e le inserisce nel proprio “film memonico” al limite
di un nuovo e possibile spazio antropologico.
Recensione di Edo Grandinetti da Exibart
(www.exibart.com) : Se il Sud
Italia nel corso del tempo sta assumendo una posizione di bilico nel mondo
dell’arte, con il rischio di una pericolosa emarginazione culturale,
va però sottolineata l’esistenza di attività volte
ad animare questa situazione stagnante. Su questa scia si pone l’associazione
culturale Amnesiac Arts di Potenza, che da un paio di anni vuole farsi
notare come centro di diffusione dell’arte contemporanea nel meridione.
Questa voglia ha portato l’innaugurazione del nuovo spazio espositivo
con personale del giovane artista tedesco Heinrich Gresbeck, attivo da
qualche anno nei circuiti italiani. L’iniziativa, inserita all’interno
del convegno CILAP-EAPN Basilicata, vede attivo un gruppo di giovani organizzatori
(Massimo Lovisco, Luigi Telesca, Marisa Santopietro, Nicola Rosa, Gabriele
Santagata) interessati a dare segnali di nuovi fermenti culturali con
esposizioni, dibattiti e workshop.
Il numeroso pubblico unitosi alla manifestazione si è visto provocare
attraverso alienazioni e straniamenti video. Ricorrendo all’occultamento,
l’artista si contrappone al bombardamento di immagini dell’attuale
cultura massmediale. Lavorando su porzioni di video già esistenti,
Gresbeck sceglie così di non mostrare intere parti delle riproduzioni,
forzando la nostra concentrazione su singoli dettagli isolati e posti
in evidenza. I video proposti obbligano a dare nuovo significato ai codici
percettivi. Partendo da seraphim (proiettato su due monitor sapientemente
istallati per l’occasione al termine di un corridoio buio), dove
la sorridente figura di Edward Norton (tratta da American History X),
bloccata in un mini-loop ossessivo accompagnato da una ritmica ridondante,
si staglia da uno sfondo lampeggiante che violenta la vista, impedendo
di scavare a fondo ciò che scorre sotto gli occhi. O come memorie
di una testa tagliata, dove si ritrova la stessa tecnica della cancellazione,
ripresa amatoriale di una spiaggia dove una piccola bagnante divide in
due parti il video. Solo una porzione di spiaggia risulta visibile mentre
il resto è celato dal bianco elettronico usato da Gresbeck. Per
finire con wo bist du?, video in cui l’artista accompagna l’immagine
di un’elemosina a rumori registrati per le strade di New York. Il
velo bianco che copre lo sfondo, forza lo spettatore a sostare sul lento
scorrere dell’immagine isolata, che viene così ricodificata
in una nuova esperienza sensibile. Anche i lavori sui vinili presenti
all’ingresso si schierano sulla scia di quest’ansia “da
cancellazione”, con Gresbeck che ci sfida violentando i dischi in
modo da renderli inutilizzabili.
Un evento che vuole essere un messaggio diretto su come il Sud, là
dove c’è voglia di fare, ha forze e possibilità per
inserirsi nel dibattito artistico dei nostri giorni. |