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Arturo Zavattini

Cinzia Delnevo

Massimo Lovisco

Angela Rosati

Aldo Marinetti
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Fotografate Fotografe
Henri Cartier-Bresson, Cinzia Delnevo, Massimo
Lovisco, Aldo Marinetti, Angela Rosati e Arturo Zavattini
a cura di Cataldo Colella
testi critici di Barbara Improta
Potenza, Museo Archeologico Nazionale della Basilicata
“Dinu Adamesteanu”- Palazzo Loffredo – Via Andrea Serrao
dal 8 marzo al 1 aprile 2007
Visto il grande successo ottenuto
con più 1200 visitatori, la mostra sarà prorogata fino al
2 maggio!
lunedì ore 14.00 – 20.00, dal martedì
alla domenica ore 09.00 – 20.00
Inaugurazione: mercoledì 7 marzo 2007
ore 18.00
La mostra è promossa da
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Basilicata
Con il patrocinio di
Regione Basilicata
In collaborazione con
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata
Comune di Tricarico
Centro di Documentazione Permanente “Rocco Scotellaro” Tricarico
Amnesiac Arts
La mostra si inserisce nella manifestazione nazionale
“La donna nell’arte” promossa dal Ministero per i Beni
e le Attività Culturali, in occasione dell’“Anno Europeo
delle pari opportunità per tutti” e all’insegna della
non discriminazione e della promozione dell’uguaglianza.
Il piano espositivo prevede che alcune immagini di Henri
Cartier-Bresson e Arturo Zavattini facciano da contrappunto a quelle di
autori contemporanei (Cinzia Delnevo, Massimo Lovisco, Aldo Marinetti,
e Angela Rosati) evidenziando modelli formali di grande rilievo nella
storia della fotografia e nello stesso tempo l’evoluzione nel tempo
della percezione della donna nella società
Una antologia
Donna, da una parte e dall’altra dell’obiettivo
fotografico: come soggetto ritratto e come autrice / inventrice di immagini.
Il tempo, cinquant’anni travolgenti che hanno cambiato drasticamente
il modo di vivere.
Lo spazio, la Basilicata immobile della “civiltà contadina”,
la Basilicata che si muove nella modernità.
Generazioni diverse che attraversano insieme le nostre strade.
Henry Cartier-Bresson
Il leggendario fotografo scende
in Lucania nel 1951 spinto dal suo intimo desiderio di documentare la
storia nei suoi momenti decisivi, di coglierla nell’istante stesso
in cui avviene. E la Lucania di allora era nel momento della sua svolta
epocale, da terra ancestrale, regno del ‘tempo senza tempo’
a regione dell’Italia democratica che chiedeva a gran voce di entrare
nella Storia. Con ‘la propria testa, il proprio occhio e il proprio
cuore sullo stesso asse’, il fotografo per antonomasia, colui capace
di ‘fermare l’attimo’, narra per immagini la Lucania
della fatica contadina, delle processioni religiose, dei riti pagani,
dell’aratro a chiodo e dell’asino. Immagini che dietro l’apparente
freschezza e spontaneità rivelano un processo di costruzione visiva
di equilibrio e rigore quasi geometrico unite ad una profonda capacità
di incontro emotivo con il soggetto rappresentato. Le fotografie esposte
mostrano le donne lucane in mirabili e indimenticabili composizioni entrate
ormai a far parte dell’immaginario collettivo: anziane donne vestite
di nero che si stagliano nette e monumentali come antiche rocce, giovani
madri col bambino in braccio come Natività contadine, donne in
processione in cui la solennità del momento viene colta attraverso
il contrasto tra i loro scuri costumi e il candore della facciata della
chiesa e da quell’incredibile movimento della corona del rosario
in mano alla figura in primo piano. Accanto alle foto scattate negli sparuti
paesi lucani del 1952 ci sono poi quelle degli anni ’70 quando l’instancabile
cronista per immagini viene a registrare i cambiamenti della terra tanto
amata. Con la sua solita, profonda intuizione Cartier-Bresson disvela
con naturalezza i contrasti di una società sempre in bilico tra
passato e presente: alle processioni religiose le ragazze vanno in jeans
mentre le fanciulle ancora offrono doni a Dio come giovani vestali pagane.
Arturo Zavattini
Un anno dopo Cartier-Bresson,
Arturo Zavattini arriva in Basilicata a seguito alla prima spedizione
etnografica lucana di Ernesto De Martino, precisamente a Tricarico, patria
di Rocco Scotellaro e bianco paese saraceno dall’oscuro fascino
orientale. E’ un giovane fotografo di 22 anni, figlio del grande
scrittore e sceneggiatore neorealista Cesare, le cui fotografie devono
servire all’antropologo da necessario commento visivo allo studio
di tradizioni, costumi, riti e canti popolari della società contadina
dei paesi lucani. Zavattini adotta un taglio volutamente scientifico e
documentario della realtà lucana, il suo stile asciutto e sobrio,
memore della lezione cartier-bressonniana, sfugge sapientemente la retorica
populista e riesce a cogliere a pieno lo spirito dei libri demartiniani.
Allo stesso tempo egli riesce ad inserire la minuzia descrittiva dei dettagli
etnografici in un contesto narrativo ed esistenziale più ampio,
riesce con semplicità a far respirare il tempo e lo spazio del
paese lucano. Il chiaroscuro denso e ricco di sfumature, l’attitudine
al racconto e alla concatenazione delle immagini, l’adozione di
moduli cinematografici come lo zoom, la sequenza, i piani e i contropiani
rivelano già il futuro operatore e direttore di fotografia di famosi
film e donano a queste foto un’estensione temporale molto moderna,
che va al di là del bozzetto veristico ma evita anche l’icona
paradigmatica. E così che davanti all’immagine della donna
che sale le scale incontro ad un cielo da ‘mezzogiorno di fuoco’
pare di udire il sibilo del vento. Viene spontaneo chiedersi cosa o chi
aspettano le misteriose fanciulle tra i vicoli che si perdono chissà
dove oppure di cosa parlano le due donne sul ‘set’ contadino
per eccellenza, la casa monocellulare condivisa con gli animali. Sprigiona,
invece, il fascino oscuro delle pagine di De Martino l’allattamento
del bimbo al seno della donna a metà tra madonna del seicento napoletano
e ‘strega’ leviana, nel cui sguardo sembra leggere il timore
di oscuri presagi e il desiderio di proteggere la sua creatura da un destino
avverso.
Aldo Marinetti
Capita in Basilicata negli
anni ’80 Aldo Marinetti e non attratto dall’alone mitico che
dal dopoguerra questa terra ha avuto per artisti e intellettuali ma semplicemente
per lavorare e viverci. Marinetti è nato in Abruzzo, la terra dei
cafoni di Silone come la Basilicata è quella dei santi contadini
di Scotellaro, terre accomunate dal lungo destino di miseria e da quel
cuore antico che Carlo Levi individuava come matrice comune a tutte le
civiltà moderne. Accade allora che quello che sembra essere un
interessante reportage dei paesi lucani, che registra le persistenze e
i distacchi dal suo passato contadino negli ultimi vent’anni (le
foto sono state scattate dagli anni ’80 al 2005), debitore con originalità
dei grandi maestri – come non ricordare di fronte alla donna sull’asino
l’icona lucana di Cartier-Bresson? O come non registrare le differenze
tra gli interni delle case contadine con donne, bambini e animali delle
foto etnografiche di Zavattini, di Pinna e il moderno acconciarsi per
le nozze di una fanciulla immortalata due volte nella sua stanza da nubile?
-, ebbene tutto questo non è affatto un coerente reportage lucano
ma un insieme di ‘istantanee’ colte in diversi momenti nelle
due terre gemelle d’Abruzzo e Lucania. Le fotografie si ricostruiscono
a posteriori a formare un percorso ideale, a raccontare una storia che
segue queste terre nell’era post-moderna e le ritrova identiche
seppur diverse dal loro simile passato. In una rigorosa griglia compositiva
che non risulta però mai forzata, innaturale ma che serve al fotografo
come antidoto alla retorica, si muovono i personaggi di Marinetti. E come
nel rigore matematico della poesia di Sinisgalli, dove all’improvviso
esplode potente un’immagine concreta, ecco una composizione tagliata
diagonalmente dalla luce che, all’incontro delle sue direttrici
spaziali, illumina due donne anziane ferite dall’ultimo sole, poesia
e geometria insieme. All’interno delle diagonali compositive, come
in un quadro del più ‘contadino’ dei macchiaioli Giovanni
Fattori, dipinge con la luce scene di vita quotidiana come la signora
sotto la pioggia che si affretta sui binari della stazione di Potenza
o le donne abruzzesi sul rimorchio di un camion di ritorno dal lavoro
nei campi, scene di una freschezza che non è mai aneddotica senza
essere metaforica. La stessa freschezza che si coglie nell’istantanea
della giovane donna che si fa acconciare i capelli per le nozze: tutta
la composizione ruota intorno a quel gesto che è il fulcro della
scena mentre la citazione meta-linguistica, il bambino che fotografa la
scena fotografata, ci ricorda che la fotografia è sempre un’interpretazione
non una semplice registrazione della realtà.
Cinzia Delnevo
Con Cinzia Delnevo, giovane
artista emiliana, siamo catapultati nella Lucania contemporanea, precisamente
nella città dalle grotte trogloditiche e basiliane, Matera. L’artista
si è aggirata tra i vicoli di tufo e le chiese barocche con la
sua macchina digitale come una qualsiasi turista mentre i materani quasi
non si accorgevano di lei, avvezzi ormai alla foga d’immagini che
colpisce i visitatori di questo magico paese. Proprio per questo ne è
venuto fuori un reportage di una semplicità e naturalezza straordinarie,
i cui protagonisti non sono gli scenografici Sassi materani ma le persone
incontrate per caso, i pezzi di vita colti, quasi ‘rubati’.
Nella sua stilnovista ricerca della Bellezza, Cinzia fa rifulgere di luce
interiore le sue donne, sempre portatrici di splendore e di grazia anche
in queste foto apparentemente casuali, ‘pure’, senza effetti
e infingimenti. Dal fraseggio semplice, non ricercato delle inquadrature,
dalla descrizione piana di scene di vita quotidiana – una ragazza
immersa nella lettura, una mamma con i suoi bambini – emerge d’incanto
l’eccezionale bellezza nascosta nelle pieghe del reale: il coraggio
della ragazza di vivere quaggiù, affacciata sull’abisso dell’antica
povertà ancora non scontata, la poesia di una madre sulla sedia
a rotelle e di una figlioletta a passeggio per la piazza di sole e di
miele del centro storico.
Angela Rosati
La donna come ventre sacro
della terra che ripara e accoglie dentro di sé vita e amore quella
immortalata da Angela Rosati. All’effimera bellezza dei nudi ‘glamourous’
essa oppone il fascino senza tempo della forza fecondatrice della donna.
Il primissimo piano sulle forme rotonde della donna gravida e l’inquadratura
dal basso creano tutto un crescendo, un’ascesi di linee curve e
morbide che emana forza e tenerezza, carnalità e spiritualità.
La luce calda e forte in cui è immerso il corpo scolpisce le forme
di bagliori mielati sulle rotondità prominenti e di ombre vellutate
nelle pieghe sensuose della carne dando loro la prepotenza visiva, la
forza simbolica dell’immagine di una moderna Dea Madre mediterranea,
eterna fonte di energia creatrice.
Massimo Lovisco
Sono reportage dell’anima
le fotografie oniriche e surreali di Massimo Lovisco che non ‘fermano’
l’attimo ma lo dilatano all’infinito. Immagini che saturano
l’occhio e la mente di una luce metafisica capace di annullare le
coordinate spazio-temporali. In questi paesaggi sconfinati ma sempre marcati
da una netta linea d’orizzonte che li pone ambiguamente in bilico
tra sogno e realtà, dimorano strane creature, eroine romantiche
o spiriti della natura non ci è dato sapere. Emanazioni del paesaggio
o frutto del desiderio del giovane artista stregato dal mistero femminile
che ripassa a mente le diverse declinazioni donna-paesaggio dell’arte
contemporanea: dalle japonaiseries di Manet ai campi di grano inondati
di luce di Monet, dai paradisi simbolisti alle suggestioni romanzesche
dei preraffaelliti fino al paesaggio romantico che sopraffa le delicate
creature rapite dal ‘sentimento della natura’. Oppure le immagini
sono semplici materializzazioni dei sogni nascosti, dei desideri inespressi,
delle aspirazioni riposte nell’animo di queste giovani donne cui
Lovisco presta solo l’occhio, e la vibrazione emotiva
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