'Blob Chair' di Karim Rashid

Alcuni Blobject in vetro da
Karim Rashid


Notre Dame du Hunt au
Ronchamp l'antenato del blobject
totale di Le Corbusier


Il 'Modulor' teorizzato da
Le Corbusier


'Mokona' Bialetti


'Grillo' di Zanuso e Supper


'Doney' di Zanuso e Supper


'iMac' di Ive


Ground Zero secondo Meier
partners


Ground Zero secondo SOM,
SANAA ed altri


Ground Zero secondo lo studio
internazionale Think


Lo skyline di Shangai


La 'Casa danzante' di O'Gehry


'Swis _Re Tower' di Norman
Foster


Il nuovo quartiere fieristico
milanese firmato Fuksas


Libeskind,Hadid e Isozaky per
l'area della vecchia Fiera di
Milano





 

 

 

 


 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


27 giugno 2007

 

Dall’uomo al mondo, dal mondo all’uomo attraverso il progetto.
Dalla mitologia cristiana di Davide contro Golia, alla mitologia classica di Prometeo contro Zeus. Dalla forma della morale alla morale della forma. Dalla reazione umana al mondo naturale, alla reazione naturale al mondo umano.
Come si fa ad inventare una forma per la nostra contemporaneità?
Il secondo dei due articoli speculari su Design e Architettura.


PROMETEO VS ZEUS.

L’uomo del Blobject. Ovvero, se la legge umana è destinata alla sconfitta, tanto vale ribellarsi alla legge divina.

di Donato Faruolo

Blob Chair di Karim Rashid, mai entrata in produzione, è una seduta in materiale plastico concepita per modellarsi attorno al corpo di chi avrebbe dovuto sedervicisi. E’ un prodotto talmente imperscrutabile da suscitare il desiderio di chiedersi se la plastica sia stata inventata per produrre oggetti di questo tipo o se tali progetti siano scaturiti a seguito di folgorante amore per la plastica. In ogni caso si configura come massimo esempio della retorica del designed around you, diktat di una democrazia totalitaria inscenata da un uomo con manie di protagonismo, forte delle incrollabili ragioni di buon senso di un’ottica antropocentrica intrisa di scetticismo nell’ipotesi del “sistema ordinato” e che nel più pragmatico dei casi prende posizioni panistiche di evoluzionismo generico e provvidenzialistico.
La materia di cui si serve l’uomo del blobject è spesso informe, plasmabile, isotropa e soprattutto di produzione umana: cemento, vetro, plastica, acciaio. Una materia con proprietà fisiche e chimiche proprie, ma non caratterizzata, sempre priva di tracce di naturalità, di intolleranza al gesto dettato dalla progettualità umana. Il conflitto tra ambiente e uomo, se esiste, è risolto da un taglio netto alla base della controversia.
Ma la necessità di una materia che sia al di là delle forme è dettata dal fatto che la forma stessa sia al di là delle cose. Questo architetto-designer è tutt’altro che un tecnico o un intellettuale al servizio della contemporaneità: è un vate che interpreta il trascendente secondo una forma allusiva dei massimi e dei minimi sistemi. L’ideologia stessa del blobject è quella di un design organicista che spesso fa misticismo delle forme naturali microscopiche o macroscopiche o delle suggestioni prodotte da certe ricorrenze in entità fisiche come le onde (grafici sinusoidali, spettri d’onda, modelli atomici e planetari o semplicemente i cerchi concentrici formati da un sasso gettato nell’acqua).
Da dove viene il positivismo estenuato necessario a generare un atteggiamento così spregiudicato nei confronti dell’ambiente? A questo punto è fondamentale rendere manifesta l’analogia mitologica: Prometeo è un outsider, un titano che lavora per gli uomini ma non è un uomo. E’ dotato per questo di particolari virtù che gli impediscono di uniformarsi alla massa di coloro i quali godranno dei benefici del furto del fuoco alle divinità. D’altra parte, gli uomini, che non potrebbero per loro natura compiere un gesto simile, non concepiscono nemmeno la possibilità di poter usufruire di tale beneficio quale frutto di speculazione efficace. La loro esigenza del fuoco è latente, inespressa, al di fuori degli obiettivi che un normale ingegno può prefiggersi. Il fuoco non è un problema perché non ha possibili soluzioni umane. Allo stesso modo, l’uomo del blobject non si configura come risolutore di una questione, ma come suo sovvertitore, immettendo all’interno di un sistema, indifferente alle vicende umane, dominato da forse ineluttabili, un oggetto che sconvolga il normale modo di concepire il rapporto tra uomo e ambiente. Non c’è dialettica né ragione, nel suo gesto. C’è, semmai, genio e trascendenza.

Qualora si volesse ricercare un padre illustre per questa ottica di pensiero, probabilmente sarebbe necessario risalire a Le Corbusier. Nonostante sia annoverato tra i padri del classicismo dell’architettura moderna insieme a Mies Van Der Rohe, è da notare il fatto che il suo rapporto con il classico sia tutt’altro che naturale espressione di “classicismo” e che esso sia legato ad un concetto di armonia rivolto non all’immanenza dell’ambiente ma piuttosto ad un’idea mistica dell’uomo.
Le Corbusier è uno dei primi a sfruttare appieno le potenzialità del cemento. Tra le implicazioni di questa nuova filosofia del materiale plasmabile si possono rintracciare i germi di un rapporto diverso con il classico: all’interno delle piante dei suoi edifici, spesso messe in analogia con quelle delle ville palladiane, pone oggetti fuori asse in dialogo di contrappunto, piuttosto che di concordanza con il tutto, ed elementi plastici la cui forma è spesso slegata da fattori di pura utilità e razionalità. E’ l’inventore del blobject ante litteram, l’oggetto a “reazione poetica”, un volume impossibile che si fa elemento architettonico (una gronda, un brise soleil, una scala elicoidale…), di cui Notre Dame du Haut a Ronchamp è un’applicazione estrema e totale. La forma ha quindi in sé un portato di trascendenza, fattore che, inserito tra le discriminanti generatrici dell’opera, non può che diventare predominante rispetto a tutto il resto. A conferma dell’esistenza di valori di antropocentrismo astratto nei presupposti dell’architettura di Le Corbusier, si può citare il Modulor, un concetto che tenta di conciliare architettura, proporzioni del corpo umano e sezione aurea, in un discorso di analogie armoniche che a tratti ricorda episodi come quello di San Francesco delle Vigne, a metà del cinquecento, quando si istituì una commissione per valutare la genuinità del progetto in base a nozioni di armonia musicale, portando alla deriva le istanze del Rinascimento.

Ma se per Le Corbusier questo proto-blobject era giustificato dal fatto che, essendo irrazionale l’esigenza di un edificio ecclesiastico, è ancora razionalista la scelta di rispondere con una forma irrazionale (e ciò era sufficiente a tali fini), gli argomenti dei progettisti degli antenati del blobject sono ben più strutturali e vincolanti, e scaturiscono allorquando al fattore del materiale plasmabile di produzione industriale si affianca il prodotto tecnologico e il mercato per il consumo di massa.
Il prodotto tecnologico fornisce un alibi incontrovertibile alla manifestazione di una forma che non abbia rintracciabilità ambientale: è un oggetto che crea e risponde da sé alle esigenze che ne giustificano l’esistenza. Non è possibile quindi pretendere che la sua apparenza sia concretamente rappresentativa di una funzione che è ormai naturalmente irrintracciabile, se non si vuole scadere nel kitsch di una macchina per caffè espresso che imita inspiegabilmente una classica moka (Mokona Bialetti), riportando all’assurdo delle navi fenicie che facevano da piloni nel non più “revolutionaire” ponte sul fiume Loue di Ledoux. Tanto più che l’elettrodomestico è legato ad una rete esterna che ne esplica la funzione (televisore, telefono, computer…), oppure trae le ragioni del proprio movimento nell’energia elettrica (ormai denaturalizzata, priva del carattere di naturalità del carbone che brucia, dell’acqua che scorre, del vento che soffia) e quindi l’oggetto è insufficiente a sé stesso perché possa avere forma autoreferenziale
In secondo luogo l’ambiente in cui viene inserito l’oggetto non è un ambiente naturale, sociale o produttivo, ma è il mercato, che non è regolato da norme razionalmente rintracciabili né da parametri di utilità, qualità e moralità del prodotto.
Ecco allora che quello che sembra cinismo irresponsabile si configura come risposta inevitabile alle contraddizioni interne del sistema o semplicemente come manifestazione della non esistenza di un sistema ordinato.

Il boom dei materiali plastici avviene quindi negli anni sessanta, proprio quando la necessità di trovare una forma che non esiste per degli oggetti mai esistiti genera una frattura nel classico rapporto dell’umano con l’ambiente. Ecco nascere il telefono Grillo o il televisore Doney di Zanuso e Sapper, antenati illustri del contemporaneo iMac di Johnatan Ive, quali esempi nobili di un sistema in metastasi.
E se la forma è generata dal dominio dell’arbitrarietà, essendo essa una delle infinite possibili, ecco che il mercato trova la giustificazione naturale per il proprio modo di operare continuo ed inconcludente: la moda, il modo, ora. Non il modus, la procedura da affinare continuamente e da applicare per giungere ad uno scopo lontano e condiviso, perché lo scopo è visto con occhio sempre più miope ed è raggiunto non nella soddisfazione del bisogno reale ma nella chiusura del circolo vizioso: l’uomo del modo si disinteressa del prodotto appena è soddisfatto l’obiettivo della vendita/acquisto (a seconda del punto di vista produttore/consumatore, entrambi organici alla stessa ottica) ed abbandona il nuovo elemento artificialmente naturale, affetto dalla divina indifferenza dell’oggetto con anima mistica, al lavorio incessante ed inefficace di un sistema realmente naturale che non può far nulla per intaccare un’immanenza della quale l’oggetto stesso si disinteressa.
I volumi plastici del modo, del blobject, trovano la loro massima espressione dello skyline delle metropoli contemporanee: una selva di eterogenee ma conformi “dittature della fantasia”, un bestiario medievale di bizzarrie architettoniche, un camposanto disseminato di enormi totem per fedi vacillanti.
Gli esempi di sprecano: le improbabili architetture proposte per la ricostruzione delle Twin Towers, campionario di variazioni sul non-tema del grattacielo; le nuove metropoli asiatiche, ennesima espressione simil-occidentale di cultura del denaro e della sua autorappresentazione; le più banali cyber-architettura e blob-architecture di O’Gehry e soci, spesso intollerabili manifestazioni di vuoto mentale, ipocriti tentativi di impacchettamento di architetture concettualmente vecchie di un secolo, goffe manifestazioni di panico di fronte alla banalità di una finestra rettangolare da infilare in una casa a forma di tubero danzante; il grottesco suppostone di Foster a Londra o il blobject-imperfetto-stampellato di Fuksas per la nuova Fiera di Milano, estremizzazioni non proprio calzanti di gesti minimi e rivoluzionari rispettivamente di Taut e Buckminster Fuller; la corsa delle amministrazioni cittadine all’archistar di turno, con l’evento culmine del progetto per l’area dell’ex fiera di Milano, dove il provincialismo e i complessi si sprecano e si è ritenuto opportuno fare un giro nel supermercato dei collegamenti ipertestuali ai modelli ai quali non si può sperare di arrivare, mettendo vicini senza alcuna ragione Libeskind, Hadid e Isozaki per creare una sorta di Bignami per corso di recupero serale sull’architettura, e per far così poca resa con tanta spesa.
Con le assurde retoriche di chi crede che l’architettura contemporanea trovi la propria realizzazione nell’applicazione totale dei metodi informatici di disegno e “taglio” dei volumi architettonici, stiamo assistendo alla liturgia di una contemporaneità che spera di bastare a se stessa e che si ritiene soddisfatta di durare quel tanto che basta per mettere a frutto l’investimento che ne ha resa possibile la realizzazione. Ma sarebbe un errore scagliarsi contro il sintomo, quanto sarebbe sbagliato credere di poter curarsi con un antistaminico. Perché, dopotutto, se Notre Dame du Haut è razionale perché la sua forma irrazionale risponde coerentemente ad esigenze irrazionali, allo stesso modo sarà motivatamente irrazionale la forma che celebra la serafica indifferenza dell’interesse economico e del marketing, assunte come nuove forme di Dio e Provvidenza Divina.
Tutto si riduce, forse, ad una questione di audacia nel porre i limiti della propria trascendenza. Dopotutto, non si può rimproverare a nessuno di non essere ciò che non ha alcuna intenzione di essere.